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domenica, 16 marzo 2008
Mi sono trasferito
mi potete trovare al Link
http://narrare.wordpress.com/
saluti Marcello
martedì, 11 marzo 2008
Cosa è accaduto subito dopo il Big Bang?
E come è nato l’Universo?
La primula rossa delle particelle.
Quest’anno, di importanza storica per la ricerca fisica, avremo,forse delle risposte o, forse, ne sapremo solo un po’ di più, ma le attese e le speranze degli addetti ai lavori sono molte e gli obbiettivi impegnativi.
Prossimamente diventerà operativo il Lhc (Large hadron collider), al Cern di Ginevra.
E’ l'acceleratore più potente che sia stato costruito fino ad oggi: un anello di collisione per particelle. L'acceleratore si trova in un tunnel circolare lungo 27 km. a 100 metri di profondità, tra la Svizzera e la Francia.
Nel Lhc i protoni collideranno fra loro a energie molto elevate e comunque mai raggiunte con il vecchio modello. Si cercherà di riprodurre un'energia simile a quella del primissimi secondi dopo il Big Bang (14 miliardi di anni fa,circa) per cercare di capire cosa sia effettivamente accaduto nei primissimi istanti successivi. Le collisioni tra i protoni ad elevata energia producono altre particelle, l’obbiettivo è scoprirne di nuove di cui, a livello teorico, si ipotizza l’esistenza, ma senza, ancora, una riscontro a livello sperimentale.
Le nostre conoscenze attuali dello spazio ci dicono che l’universo è composto principalmente di materia ed in minor parte di antimateria,sebbene al momento del Big Bang, esse si siano formate nella stessa quantità.
Questo non è l’unico mistero nell’universo: una gran parte della materia, la cosiddetta materia oscura, che si trova in esso, risulta diversa da quella da noi conosciuta e non ancora osservata direttamente nei laboratori.
Infine non è ancora chiaro il meccanismo (meccanismo di Higgs) responsabile delle diverse masse di tutte le particelle elementari, che si ritiene associato alla cosiddetta particella di Higgs, fino ad ora mai osservata.
Secondo il modello standard,ossia la teoria ufficiale,questa particella è il vettore di una particolare forza,detta forza del campo di Higgs,che pervade l’intero Universo ed interagisce con le particelle conferendo loro la massa, pertanto farebbe parte delle caratteristiche della materia.
Sembra cosa di poco conto e solo per addetti ai lavori, ma non è così, comprendere quale sia l’origine della massa significa, anche, cominciare a comprendere la nostra esistenza, con tutti le dovute conseguenze metafisiche e teologiche.
La caccia,dunque, è aperta a quella che viene definita la primula rossa delle particelle: il bosone di Higgs. E non è una caccia da poco, il premio, per chi la scopre, è certamente un Nobel.
venerdì, 21 dicembre 2007
Santuario de La Verna (AR)
Una Natività, molto particolare e di indubbio effetto estetico,quella nella quale Andrea della Robbia, primo tra gli scultori, ha rappresentato la Madonna inginocchiata al cospetto del Bambino.
Ogni angolo d'Italia ci parla della nostra Storia,della nostra Cultura e della nostra Civiltà.
Auguri di buon Natale
Sarc.
sabato, 08 dicembre 2007
Nelle vicinanze della riva, l’increspatura del fondo marino, insieme al vento di maestrale fa sollevare alte onde che, infrangendosi sulla scogliera, si polverizzano in nubi di gocce.
E’ proprio quest’aria salmastra, pura e forte, tanto amata dai nati sul mare, che ci purifica il fisico e la mente.
Dopo aver letto i giornali e visto i tg, uno ha bisogno di un bel trattamento disinquinante!
Oggi purtroppo è festa, il tempo è buono, malgrado le previsioni, la gente occupa la passeggiata, insieme a torme di extracomunitari abusivi, che ti vogliono vendere, con arroganza, le solite patacche.
Non è il mio ambiente ideale, io sono un assertore del meglio solo che male accompagnato ma, ormai ci sono e così mi metto ad osservare un gruppo di bambini italiani che giocano e corrono felici.
A dire italiani immediatamente penso, che tutto quello che hanno oggi, in un futuro, non troppo lontano, non l’avranno più, per colpa di genitori e nonni incapaci e pusillanimi.
Abbiamo reso la nostra società, marcia fin nei suoi gangli vitali, non c’è più dignità, non ci sono più valori etici, non c’è più consapevolezza della nostra Civiltà.
Le nostre istituzioni sono alla sfascio e tutte, irresponsabilmente, contro quei cittadini che non vogliono finire massacrati, derubati e colonizzati dai nuovi barbari.
Ci sono molti individui dall’aspetto antropomorfo ma, che di Uomo non hanno più niente, sono quelli colpiti dalla sindrome disfattista.
Tutto ciò che è Italia deve essere distrutto in nome di nuovi “princìpi” tanto demenziali quanto suicidi.
Distruggiamo S. Pietro, perché offende gli islamici, in fondo chi sono Michelangelo, il Bernini, il Bramante in confronto ai beduini d’importazione?
Aboliamo le nostre festività, perché offendono i santi “ospiti”, cosa aspettiamo a cancellare la domenica? la festività è il venerdì!
Distruggiamo tutto ciò che rappresenta la nostra Civiltà, che sarà mai una civiltà che ha portato benessere e progresso? Vuoi mettere la gioia di vedere le donne in burka e morire per allah?
La libertà, questa cosa orrenda, va tenacemente combattuta.
La sindrome disfattista accomuna molti italiani (si fa per dire) e molti europei (si rifà per dire), così continuando il nostro declino sarà irreversibile.
Eppure avremmo i mezzi e le capacità per difenderci, ma questa sindrome si propaga sempre di più.
Un cormorano mi sfreccia davanti agli occhi, libero di volare sul mare, almeno lui, salverà la sua libertà.
Come l’invidio.

domenica, 21 ottobre 2007
Marina di Pisa, una località un po’ particolare, molto in voga nell’ 800 e primi ‘900, è intrisa di ricordi poetici e storici .
Da Pisa ci si arriva percorrendo, lungo il fiume, il viale D’Annunzio, dopo pochi chilometri si giunge alla foce dell’Arno, citata da un non benevolo Dante, che da buon fiorentino era nemico dei pisani:
“….muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce
sì ch'elli annieghi in te ogne persona!...”
(inf.XXXIII)
Non è proprio la stessa foce di oggi perché, a quei tempi, era spostata più ad est, verso la città, ma il concetto è chiaro, anzi chiarissimo.
Qui nel 1860, Garibaldi fece scalo per imbarcare i volontari toscani che parteciparono alla Spedizione dei Mille ed in questo luogo è stato posto, a ricordo, un piccolo obelisco.
E così D’annunzio:
“O Marina di Pisa, quando folgora
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano su i platani
d'Arno a tenzone.
Come l'Estate porta l'oro in bocca,
l'Arno porta il silenzio alla sua foce. ….”
(La tenzone dall’Alcyone)
I primi versi sono riportati su uno scoglio accanto alla terrazza che si affaccia sul mare e che prende il nome dal Poeta.
Seduti al tavolino di un piccolo bar, ubicato lì nei pressi, si possono intravedere le torri delle secche della Meloria, dove fu combattuta la famosa battaglia tra genovesi e pisani nel 1284.
Mi aggrada andare in questo bar, specie d’inverno e nei giorni feriali, lungi dalla calca estiva o domenicale, urlante e becera, che vede, in questo luogo, solo un posto dove fare il bagno e prendere la tintarella gratis.
I tavolini tutti vuoti finalmente! Così, nel tardo pomeriggio, pressoché solo, davanti ad una bibita e con un libro aperto, guardo il mare ed il tramonto con le sue luci cangianti e con i suoi colori inimmaginabili.
Il disco solare, scendendo verso l’illusoria linea dell’orizzonte, perde la sua forza abbagliante e, finalmente, lo possiamo ammirare in tutta la sua maestosità: il dio Atum Ra sta per tramontare.

Mi sento partecipe di questo quadro naturale, che solo pochi pittori riescono riprodurre, adeguatamente, su tela.
La mia parte irrazionale sta veleggiando verso siti di quiete interiore, quando la mia vocetta razionale, beffardamente, mi ricorda che, data la distanza terra sole e considerando la velocità della luce tu credi di vedere il sole, ma è già tramontato da otto minuti e trenta secondi circa. Mi automando a quel paese, ma ormai l’incantesimo è rotto.
Altri pensieri s’affacciano, io stavo guardando un’immagine, dietro l’immagine il nulla. Un insieme di fotoni immateriali, che viaggiando a una velocità pazzesca, s’infrangono sulla terra.
Stavo guardando il nulla ed il mio spirito gioiva nel guardarlo, ammiravo una falsa immagine!
Quante altre false immagini ci sono nella vita?
venerdì, 15 giugno 2007
e
giovedì, 10 maggio 2007
La scagliola è una tecnica antica,anzi un’arte, nata intorno al XVI secolo per imitare marmi rari e pregiati. Come materiali si utilizzano: gesso,colla, cera e coloranti. Miscelando il tutto e sapendolo fare, si ottengono effetti cromatici di indubbia bellezza, che fanno bella mostra di sé su piani per tavoli, tavolini,stemmi, consolles ed anche come rifiniture delle pareti.
Nel sito http://web.tiscali.it/restauroantico/scagliola.htm possiamo leggere:
“Nel museo civico di Carpi è conservato il ritratto di Guido Fassi all'età di trentadue anni, sul quale vi si legge la scritta "Guido Fassi da Carpi inventore dei lavori in Scagliola colorita e macchinista 1616". Anche se non si può attribuire con certezza la paternità al Fassi, questa è la prima testimonianza documentabile dove si specifica l'invenzione della tecnica.
Guido Fassi (1584-1649): di lui sappiamo che era un artista poliedrico, attivo nel campo dei progetti edili, dell'ingegneria, idraulica, meccanica, e tutte le attività che richiedevano una dimestichezza con il materiale edilizio (in particolare lo stucco).”
Il tavolo riprodotto nella foto è della fine ‘500, ed è di nostra proprietà fin da quell’epoca, pertanto non ho dubbi circa l’autenticità dell’oggetto, mentre non ho notizie certe sul nome dell’artigiano che lo ha eseguito, molto probabilmente fiorentino, a quel tempo, solo raramente i mobili venivano firmati,viceversa nel ‘700 troviamo mobili firmati,come quelli di Maggiolini un grande artista nella progettazione ,realizzazione e nell’intarsio. Dalla sua “bottega” sono usciti dei veri capolavori lignei.

Come si può notare il piano è in scagliola e presenta, purtroppo ,delle rotture. Ho pensato molto se farlo restaurare o no, perché queste rotture hanno una loro storia.
Nel 1944 il piano del tavolo era ancora integro e la casa ,in cui si trovava, fu occupata dall’esercito tedesco che l’adibì ad ufficio di comando. Quando i tedeschi si ritirarono, lasciarono la casa come l’avevano trovata, non avevano procurato alcun danno. Evidentemente la posizione doveva essere strategica, perché anche gli alleati pensarono di installarci un comando militare. In breve, il giorno del loro arrivo,con un camion buttarono giù la colonna di sostegno del cancello di accesso al giardino e poco dopo pensarono bene di appoggiare delle cassette sul piano di questo tavolo.
La scagliola, un po’ per la sua stessa composizione e un po’ per l’età, cedette in più punti e così è rimasta d’allora.
martedì, 17 aprile 2007
Anna, Lina, Enrico e Marcello, quattro liceali all’esame di maturità.
Dopo cinque anni di duro Liceo arrivò il giorno degli esami finali: la tanto temuta maturità.
Non era un esame da poco, sei scritti e nove orali ed in più dovevano essere preparati sul programma degli ultimi tre anni, in pratica su tutto quello che avevano studiato.
In quinta erano rimasti in dodici e tutti molto affiatati, ma i quattro, che sedevano due al primo banco e due al secondo, avevano cementato una solida amicizia, tanto solida, che il professore di lettere affibbiò loro il nomignolo di società del “mutuo soccorso”. Infatti se uno di loro si trovava in difficoltà, su qualche argomento, prontamente scattava,da parte degli altri, un aiuto sotto forma di suggerimento.
Finite le lezioni, prepararono gli esami insieme, ospitandosi a turno nelle rispettive case e così, per un mese, mentre gli altri erano al mare, si sacrificarono in maniera disumana.
Lina era, sicuramente, la più dotata del gruppo, una formidabile latinista: la migliore di tutta la scuola. Per fortuna che c’era lei, la versione di latino era un brano difficile, ma con pochi suggerimenti, ben dati, mise tutti in grado di fare una buona traduzione.
Arrivò il giorno atteso e temuto: quello dell’esposizione dei quadri con i risultati; con comprensibile timore e con il cuore che pulsava al massimo, si accinsero a leggere la sentenza.
Un urlo, più di liberazione che di gioia: tutti e quattro promossi! Un ottimo risultato, erano i tempi in cui se zoppicavi in una materia, ti rimandavano a settembre e se eri deficitario in tre, ti facevano ripetere l’anno senza tanti complimenti.
La sera stessa Enrico chiamò Marcello e tutto eccitato gli disse: sai papà, per premio, ci offre a tutti una serata alla Bussola, quando c’è Mina, macchina ed autista; telefona a Lina che io chiamo Anna.
All’epoca, la Bussola delle Focette in Versilia, era il locale più “in” d’Italia, arrivarci con tanto di macchina con autista ed in abito da sera, era certamente un evento memorabile.
Lina non aveva il telefono, così chiamò la zia, che abitava accanto e che faceva la sarta, pregandola di farla venire all’apparecchio. Ciao Lina, e tutto d’un fiato disse: il papà di Enrico ci offre una serata alla Bussola, quando c’è Mina! Dopo un attimo di silenzio: sai non so se il mio babbo mi ci manda e soggiunse un po’ mestamente, poi non saprei cosa mettermi.
Sarebbe voluto sprofondare e mentalmente si dette dello stupido, nell’ euforia del momento non aveva pensato, che la sua famiglia l’aveva fatta studiare con grandi sacrifici e che comprare un abito da sera con tutti gli accessori, era una spesa che non si sentiva di chiedere in casa.
In un attimo gli passarono per la mente i cinque anni di liceo, gli esami fatti insieme, gli aiuti che generosamente gli aveva dato e si disse che questa volta il “mutuo soccorso” doveva funzionare anche fuori della scuola: costi quello che costi.
Senti: pensa a convincere il babbo per il resto non ti preoccupare, in qualche maniera faremo.
Chiamò Anna, Enrico aveva già messo molto, per cui era una questione che dovevano sbrigare loro due, le spiegò la situazione ed anche lei convenne che Lina doveva venire in tutte le maniere con loro.
Potrei darle un mio vestito, ma andrebbe rifatto tutto lei è molto minuta; visto che non ci arrivava da sola, Marcello, scandendo bene il suo cognome, disse: nei tuoi negozi avete migliaia di metri di stoffa, non fare la tirchia! Il messaggio era chiarissimo, tanto che rispose tra il risentito e lo scherzoso: non vorrai alludere al fatto che sono ebrea vero? No, solo che sei molto oculata nelle spese… Datti da fare e non lesinare sui centimetri, ricordati che deve essere un abito lungo. In cinque anni non l’aveva mai sentita dire una parolaccia, evidentemente in tutte le cose c’è sempre una prima volta……
Rimanevano da trovare una collana, la borsetta e le scarpe. Per la collana, non c’erano problemi la sorellina di Marcello aveva ereditato dalla nonna alcuni gioielli ed essendo troppo giovane, aveva ampiamente sottovalutato il loro valore e li avrebbe prestati facilmente; aveva anche una borsetta in lamè d’argento, ma a quella teneva moltissimo. Cara sorellina! Che cosa vuoi, fu la sua sospettosa risposta; ecco…mi dovresti fare un favore….dovresti prestare a Lina una collana e …e la tua borsetta da sera. Ah! per andare alla Bussola? Bene bene bene, pensò: il caro fratello ha bisogno di me.
Sai anch’io dovrei andare ad una festa, ma babbo, da sola, non mi ci manda….se....però mi accompagnassi tu…cambierebbe idea. Non era proprio un ricatto, ma gli assomigliava molto….
Alla fine giunsero ad un’equa transazione: una parure di perle, un braccialetto d’argento e la borsetta di lamé; in cambio l’avrebbe accompagnata alla festa, sarebbe tornato a riprenderla, pur rassicurando il loro padre che sarebbe rimasto tutto il tempo con lei.
Ora rimanevano le scarpe. Aveva racimolato qualche soldo dagli zii per la promozione e decise di sacrificarli in questa operazione; presa la borsetta andò nel negozio in cui erano soliti servirsi in famiglia, pensando che uno sconto glielo avrebbero fatto.
Ciao Marcello, lo salutò il proprietario del negozio, li vuoi un bel paio di mocassini estivi?….sono appena arrivati. No voglio un paio di sandali con il tacco alto e, tirando fuori la borsetta, di questo colore. Sandali? Borsetta? E ridendo: ma guarda che strano effetto ti hanno fatto gli esami di maturità…. Beh gli dovette spiegare per filo e per segno tutta la storia e fu un bene.
Prese un paio di sandali: ecco questi dovrebbero andare bene, sono i più belli che abbia in negozio. Per essere belli erano belli, anzi bellissimi, ma, avevano un grosso difetto, costavano tre volte quello che poteva spendere, anche chiedendo uno sconto, erano sempre fuori portata. Un po’ imbarazzato gli disse: te li pago una parte subito e una parte un po’ alla volta. Sul momento rimase in silenzio, fece un bel pacchetto e, mentre glielo consegnava, bofonchiò: io a queste condizioni non vendo. Prendi i sandali e vai. Ciao.
Era stato molto generoso, il fatto che Marcello, Enrico ed Anna, con le rispettive famiglie, fossero suoi clienti avrà anche influito, ma sicuramente non era stato obbligato a farlo.
Squillò il telefono e con voce gelida Anna annunciò: Marcello, ho la stoffa, passami a prendere che la portiamo alla zia di Lina. Il tono non ammetteva repliche, se l’era presa a male per quello che le aveva detto prima.
Lina e sua zia abitavano nel quartiere livornese chiamato Venezia, la parte più antica della città, un susseguirsi di ponti e canali con i caratteristici scali.
La sua costruzione risale alla fine del ‘500 e sul sito internet
http://italia-l.vps.it/livorno/storia_di_livorno/storia_di_livorno-6-14-38-i.html si può leggere, tra l’altro:
“…. Il cuore di Livorno è detto anche Venezia Nuova ed è ancora simile al progetto originale di Bernardo Buontalenti, affinché rispondesse alle esigenze di una "città ideale". Elemento primario del progetto è l'acqua, che attraverso i suoi fossati circonda Livorno, che tanto ricordano la città di Venezia. Furono proprio maestranze veneziane, infatti a costruire questo quartiere. Da non perdere è lo spettacolo che si gode dal battello che fa il giro guidato dei fossi, l'ingegnosa rete di canali che attraversa l'antico e pittoresco quartiere del centro storico costruito, come la città di San Marco, sull'acqua. Tra le variopinte imbarcazioni ormeggiate lungo i canali, si giunge, camminando, sino al porto Mediceo, non prima però di aver scorto la mole imponente della Fortezza Vecchia. Canali, fortezze, piazze aperte al libeccio: Livorno deve tutto ai Medici…..”

Una parola in più meritano gli scali, essendo una città dedita, da sempre, al commercio le rive dei fossi erano, quasi ovunque, dotate di attracchi per le imbarcazioni che trasportavano le merci da stivare nei magazzini, ricavati sotto le case. In seguito, la fine del regime di porto “franco” e lo svilupparsi della città verso sud, fecero declinare questo quartiere, oggi, per fortuna, è stato quasi del tutto ricuperato.
Negli anni ’60 erano ancora ben visibili i pesanti segni lasciati dall’ultima guerra, molti i palazzi distrutti e quelli danneggiati rattoppati alla meglio. Proprio in uno di questi abitava la famiglia di Lina e, mentre attendevano che sua zia aprisse la porta, Marcello chiese ad Anna di che colore fosse la stoffa. Turchese. Turchese? Sarà uno scampolo che avevano in negozio, pensò.
Lei intuì cosa gli passasse per la testa e soggiunse: ”Non dire ad alta voce quello che stai pensando perché, altrimenti, la nostra amicizia finisce qui”.
Alla vista della stoffa la zia, che facendo la sarta di tessuti se ne intendeva, esclamo: è di seta! Il turchese è il colore di moda! Mostrandoci una rivista, disse lo faccio uguale a questo, verrà un bellissimo vestito!
Marcello non ebbe bisogno di leggere nel pensiero di Anna, quello che gli voleva dire l’aveva ben stampato a chiare lettere sul volto: ”hai visto, cretino”
In effetti aveva fatto le cose in grande, un tessuto molto costoso ed aveva, persino, aggiunto una bottiglietta di smalto per unghie madreperlato. Le scuse furono doverose.
Marcello si attendeva qualcosa dai suoi ma, come al solito gli avrebbero fatto un “inutile” regalo “utile”, questa volta si sbagliò: ricevette una congrua cifra di denaro.
La sera dell’uscita, in casa di Lina c’era un certo fermento, gli ultimi ritocchi al trucco ed ai capelli, la zia che le sistemava il vestito, un andirivieni di amiche e parenti; tutti avevano qualcosa da dire e da suggerire. Finalmente scese, a tutte le finestre del palazzo c’era gente a guardare e a commentare ma, i più bei commenti furono quelli della sua nonna: “ oh mamma ! come è bella la mi’ Lina! E quella macchina è più lunga del “filobusse”! E poi quei du’ ragazzi vestiti come pinguini del parterre (lo zoo)…ma “un è mi’a ‘arnevale…”. Zitta nonna, quello è l’abito da sera per gli uomini…. Ah, se lo dici tu … rispose non convinta, "Deh!sarà...ma a me mi sembrano pinguini".
Anche Enrico aveva fatto le cose in grande: tavolo per quattro in prima fila, proprio vicino al palco, dove si sarebbe esibita Mina.
Venne il cameriere a prendere le ordinazioni e Marcello anticipando tutti, con una certa nonchalance ordinò: “ci porti una bottiglia di champagne e che sia Dom Perignon”. Erano i tempi in cui James Bond furoreggiava in tutti i cinema ed era il mito dei ragazzi di allora.
Si era appena allontanato il cameriere che i tre in coro gli dissero: “ma che sei impazzito!” Piatti e bicchieri per tutto il resto dell’estate te li lavi da solo!
Ragazzi ricapitoliamo il tutto. Abbiamo fatto un’ entrèe hollywoodiana, siamo arrivati con una macchina uguale a quella del presidente della repubblica, con tanto di autista in livrea, voi ragazze siete in abito da sera e noi in smoking, cioè come pinguini per dirla come tua nonna, i paparazzi fuori, non sapendo chi fossimo, nel dubbio ci hanno fatto anche le foto, siamo seduti in prima fila nel locale più famoso d’Italia per ascoltare Mina… e che volevate ordinare? una Coca Cola con quattro cannucce? Il ragionamento non faceva una grinza ma, dovette mostrare loro il portafoglio ben rifornito per tranquillizzarli, poi la voce squillante di Mina riempi di allegria e spensieratezza il locale.
Fu l’ultimo intervento del ”mutuo soccorso”, dopo pochi mesi la “società” si sciolse tristemente.
Un male incurabile aveva reciso la giovane vita di Lina e la loro sincera amicizia, offuscando, per sempre, con il dolore, i più bei ricordi di quegli anni giovanili.
giovedì, 22 marzo 2007
Quello che oggi, per tutti, è inattualità, persiste nella memoria, come attualità, per la persona che quell’attualità ha vissuto.
Un racconto inattuale, un po' antico e sicuramente demodè, che vuol mettere in evidenza la diversità, tra il fare all'amore e fare sesso, fra accontentarsi e drogarsi, fra il gioire di poco e la noia mortale, tra l'immaginare e il dire.
Mi sono dilungato sulle immagini di Livorno perchè, viene considerata, dai turisti, solo un porto dove imbarcarsi per le isole.
Il toponimo è attestato per la prima volta nel 904 come "Livorna", ma la città attuale fu fondata nel 1500 dai Granduchi di Toscana, Cosimo 1° e Ferdinando 1° dei Medici. Uno sguardo alla città e soprattutto al chilometrico lungomare, vale la pena di darlo.
Una parigina a Livorno 1960

Quando si hanno 18 anni è una fortuna avere una zia, anche se acquisita, francese e di Parigi , ma la fortuna maggiore era, che aveva una nipote di 21 anni, Françoise. Erano gli anni del boom economico e della rinascita del dopo guerra, ma l’Italia rimaneva, ancora, un po’ bigotta e provinciale. Un ragazzo ed una ragazza uscivano, da soli la sera, soltanto se erano fidanzatissimi, con tanto di anello e in procinto di sposarsi; un fidanzamento semiufficiale comportava delle lunghe e noiose serate a “seggiola”ossia, in casa dell’amata, seduti, nel migliore dei casi su un divano, accanto ai suoi genitori che, guardinghi come dobermann, imponevano di vedere Mike Buongiorno in tv. Per tutti gli altri, solo attimi rubati, durante le numerose “vasche” pomeridiane, in su e giù per le vie del centro e, se andava bene, nella penombra di quelle laterali. Per i fortunati possessori di uno scooter, una corsa in "camporella" con la ragazza.
Un po’ di libertà in più l’estate al mare, ma si sa, è una stagione sempre troppo corta….

Erano i tempi d’oro della mitica Saint Tropez, della Brigitte Bardot e associare una ragazza francese a lei era quasi scontato. Un pomeriggio, Françoise arrivo con la sua citroën 2CV, beh, non era proprio la Bardot, ma aveva i capelli biondi e lunghi ed era straniera, tanto bastava per suscitare l’invidia degli amici e per pavoneggiarsi in giro. Non gli riuscì di convincere suo padre a prestargli la macchina, una fiammante Lancia Flaminia coupè, forse, il genitore, non aveva tutti i torti, l’aveva visto “gasato a mille” e si era giustamente preoccupato. Allora, il figlio, gli fece notare che la “sua” zia era anche la “di lui” cognata e che si stava sacrificando per portarne in giro la nipote. Ah! così ti staresti sacrificando? Raccontala meglio e ridendo gli allungò delle banconote come viatico.

Dalla Flaminia alla 2CV c’era una bella differenza,ma,pensò, potenza del denaro, dalla vita non si può avere tutto.
Così il giorno dopo cominciarono il giro della la città e dei dintorni, era primavera inoltrata e a bordo della 2CV, con la capotte aperta, era un piacere viaggiare.
Quando si ha un ospite lo si porta a visitare i luoghi più suggestivi della città. Passarono davanti alla Fortezza Vecchia del porto mediceo.


Si soffermarono davanti al simbolo di Livorno, il monumento ai Quattromori, percorsero il fosso reale ed il lungomare. Dalla terrazza Mascagni in lontananza si potevano vedere le secche della Meloria, le stesse da cui prese il nome la famosa battaglia del 6 agosto 1284 e tra le repubbliche marinare di Pisa e Genova. Dopo l’ Accademia Navale, il lungomare prosegue con Ardenza ed Antignano.

Uscendo dalla città verso sud e risalendo lungo il Romito, si può vedere una scogliera di pietra color rosa arancio di rara bellezza, dalla quale si accede ad un mare dalla trasparenza cristallina, di colore cangiante, secondo la profondità e secondo l’ora del giorno, dal blu dei punti più profondi al verde di quelli più bassi.
Vi si incontrano, quello che un tempo furono fortificazioni costiere come, il castel Boccale, la Torre di Calafuria e il Castel Sonnino, è il tratto d’ Aurelia dove hanno girato il film “Il sorpasso” con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant.
Il castel Boccale è così vicino al mare, che nei giorni di libeccio le onde lo lambiscono e gli spruzzi arrivano alle finestre.

Sotto il castel Sonnino, in una fenditura nella costa, come se un gigantesco unghiolo l’avesse scalfita nella roccia, si dispiega la cala del Leone.
Ottimo posto per fare il bagno, quando il mare è calmo e si sa nuotare bene…..
La giornata era calda ed invitante, Françoise ,con quel francese tipico dei parigini, veloce ed infarcito di parole in argot, che, spesso, metteva a dura prova il suo accompagnatore disse: allons-nous nous plonger dans les vagues. Per fortuna le vagues, cioè le onde non c’erano, solo un po’ di risacca, ma non c’erano neanche i costumi da bagno. Le maillot de bain ? il n'est pas nécessaire.
Dover spiegare che l’Italia, di quei tempi, non era Saint Tropez e che il costume era più che necessario, non fu facile e soprattutto imbarazzante. Fare il bagno nudi su una spiaggia aperta a tutti, come era quella, si rischiava, come minimo, una denuncia per atti osceni in luogo pubblico.
Si guardarono intorno, non c’era nessuno, e decisero di farlo in mutande, per quanto fossero succinte, era sempre meglio di niente, al massimo una reprimenda o una multa. Lui si tuffo tranquillamente e così anche Françoise, ma non si era accorta che, in quel punto, l’acqua era profonda e non si toccava. Già, non sapeva nuotare.
La ragazza ,per la paura, cominciò a bere ed ad annaspare, lui tornando rapidamente indietro si avvicinò per aiutarla. In preda al panico, gli strinse le mani intorno al collo e lo sospinse sottacqua, non lasciandolo respirare. Si ricordò del trucco insegnatoli da sua madre, provetta nuotatrice, ed invece di cercare di riemergere si lasciò andare ancora più giù. Françoise sentendosi trascinare verso il basso lasciò la presa. Questa volta, prendendola alle spalle e passandogli il braccio intorno al collo, la trascinò a riva.
Era così spaurita e dispiaciuta, che lui, carezzandole i capelli e sollevandole il mento, la guardò negli occhi e non le disse altro che un dolce: comment ça va?
Si sdraiarono sulla sabbia, la radiolina, sintonizzata su una stazione per giovani, diffondeva la musica più in voga, mano nella mano si asciugarano al sole. Al ritorno presero la strada che passa alta sul mare attraverso le colline, dove c'erano posticini più isolati e tranquilli.

All’imbrunire tornando in città, si fermarono ad ammirare uno spettacolare tramonto, fatto non inconsueto alla terrazza Mascagni. Sono quei tramonti che, immancabilmente, riportano alla mente i versi : ” …..l'ora che volge al desìo e ai naviganti intenerisce il core". Ma non solo ai naviganti.
Appoggiati alla spalletta e mirando il mare, lei, abbracciandolo teneramente, gli dette un bacio, sussurrandogli: merci, mon amour.
Merci beaucoup.
lunedì, 12 marzo 2007
Il dualismo della vita, oscillante tra gli arché del bene e del male, tra vette agognanti il cielo e terribili deserti, tra dotta conoscenza e luoghi comuni, tra spirito e materia, tra poesia e prosa, tra razionale ed irrazionale, ha tracciato, in questi mari, con mano tremolante, la rotta dell’incerto navigare dell’esistenza.
“Nel mezzo del cammin di nostra vita”, quando il corpo biologico riesce ad esprimere, nella sua interezza, la spavalda volontà di potenza della mente, un manager, superrazionale, supertecnologico, assertore del tutto previsto e calcolato, un meccanismo praticamente perfetto, è convinto di eludere questa tentennante logica manichea.
Anni ’80. Dalla Versilia al golfo di Baratti sulla costa degli Etruschi.

Un lavoro durissimo per cinque giorni alla settimana, poi due giorni di relax, nei quali concentrare tutta la sua vita privata di scapolo impenitente. Non gli era oltremodo difficile, trovare, per il finesettimana, qualche ragazza disposta, a viaggiare in macchina sportiva, ad andare nei migliori alberghi, nei ristoranti ai primi posti della guida Veronelli e nei più famosi locali notturni, una vita che, allora, gli sembrava il massimo. Una volta gli andò buca, non che gliene fosse importato più di tanto, ma fu il giorno in cui crollò il mito del superuomo e si decise il suo futuro per sempre.
Voleva mettere in atto il piano B, ossia cena frugale in casa, con grande sollievo per il suo fegato, musica classica e sprofondarsi nella sua poltrona preferita con un buon libro, quando incontrò un amico, che, nel vederlo, non riuscì a nascondere un sorriso ironico. Se sei qui vuol dire che, stasera, non hai niente da fare, dammi una mano, viene la mia ragazza, ma con un’amica allora capisci….Gli ricordò, maliziosamente, alcuni suoi favori e non poté rifiutare.

Nella luce soffusa, di un piccolo ed esclusivo pianobar di un lussuoso hotel affacciato sul mare, le note di “September morn” si diffondevano languide e un po’ melanconiche, in un’atmosfera ideale per innamorati, volgendo lo sguardo vide l’amico con le due ragazze. Bionda, capelli lunghi fluenti sulle spalle, un bel viso con un sorriso un po’ enigmatico, un’eleganza sobria, non appariscente, un’ottima cultura ed educazione, promettevano una piacevole serata.

Conversarono a lungo, ma avvertiva in lei un certo distacco nei suoi confronti, tanto che il saluto finale fu, un quasi glaciale, ciao.
Nei giorni a seguire, si sorprese, sempre più spesso, a pensare a lei, finché decise di rivederla, ma come fare? Non avrebbe accettato, da lui, un invito per una cenetta tête à tête, gli aveva, con una scusa, perfino rifiutato il suo numero telefonico.
Erano alcuni anni che non organizzava una festa, così comunicò la sua intenzione, alla “tata”, una cara signora, che l’aveva visto da piccolo e che continuava a curare la casa, anche dopo la scomparsa dei suoi genitori. Lo guardò e sorrise. Una ragazza vero?…era l’ora che tu mettessi la testa a posto, soggiunse.
Era un’artista per queste cose, organizzò un cena perfetta, apparecchiando la tavola in maniera superba. Ogni dettaglio era stato curato nei minimi particolari. Per segnaposto le signore avevano una rosa tea gialla, ma per lei una rosa rossa. Aveva capito il genere di musica che le piaceva, pertanto registrò un nastro ad hoc, insomma tutto previsto e calcolato, come sua abitudine. Così, almeno, credeva e con l’animo diviso fra timore e speranza, si apprestò ha ricevere gli invitati.
La festa riuscì bene, anzi benissimo per gli amici, mangiare e bere a sbafo fa sempre piacere e mette di buonumore. Due non si divertirono: lei e lui. Nonostante la bella musica e l’allegria degli amici, non riuscì a rompere il ghiaccio, era palesemente impacciato, una situazione per lui nuova, che sfuggiva al suo controllo. Andando via, lei non prese neanche la rosa, insomma, una disfatta su tutta la linea. Il suo io razionale gli suggeriva di lasciar perdere, non ne valeva la pena, c’erano tante donne al mondo, ma, rinunciare così, assomigliava troppo alla storia della volpe a proposito di una certa uva. Cercò di capire cosa gli stesse succedendo, possibile, si chiese, che tutta la sua razionalità e la sua sicurezza, fossero scomparse di colpo? Giunse all’unica conclusione plausibile, la sua parte d’irrazionalità si stava prendendo una grossa rivincita e dovette ammettere, con sé stesso, che malgrado i suoi 35 anni, era innamorato, innamorato cotto e, per giunta, non corrisposto.
Aveva bisogno di un periodo di riflessione per cercare di riprendere un certo equilibrio, fece felice il grande capo andando, dove nessuno voleva andare, in certi puzzolenti paesi arabi a visitare ricchi clienti, ma altrettanto puzzolenti. Dopo 15 giorni, non ne poteva più, soprattutto della cucina che gli chefs orgogliosamente chiamavano internazionale, cioè, una vera schifezza. Il tarlo, che lo rodeva dentro, non accennava a placarsi, anzi il desiderio di rientrare e rivederla aumentava sempre più.
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